Scritto da SickSadWorld alle 18:48 di domenica, 02 marzo 2008, e a questo punto chi s'è visto s'è visto.

Questa settimana mi sono trovata a dover fronteggiare due sentimenti che reputo negativi, ma che ho scoperto ahimè di provare piuttosto spesso: la rabbia e l’invidia. Brutte cose, lo so. Però sospetto che continuare a ignorarli continuerebbe a non risolvere niente, quindi questa sera ho deciso di prendere coraggio, contare fino a tre e provare a vedere almeno da dove provengono questi ospiti indesiderati, che spesso rendono le mie giornate tristi e improduttive.
 
Partiamo dalla rabbia (è il mio diario e decido io da dove cominciare). Da dove viene? Verso chi è indirizzata? Facile: sono arrabbiata con i miei genitori. Anzi, direi proprio che sono incazzata; rende meglio. Dopo anni e anni trascorsi nella certezza che, nonostante i loro mille difetti in fondo mamma e papà avessero comunque ragione e che insomma la colpa (aggiungere un complemento di specificazione a scelta) fosse mia, sto scoprendo solo recentemente che no, non era esattamente così. Che la bambina e la ragazzina che sono stata meritava di essere amata e accettata, e di sentirsi amata e accettata a prescindere da tutto. Che queste due cose rientravano nei loro doveri di genitori, accettati nel momento in cui hanno deciso di mettermi al mondo e che nessuno dei loro problemi personali può aver giustificato questa loro mancanza, soprattutto se protratta e ripetuta per tanto tempo. Da diversi giorni continuo a guardare una foto ritrovata tra alcune vecchie lettere; una foto di gruppo scattata a un campo estivo nel giugno del 1991. Guardo me stessa a 14 anni appena compiuti e mi rendo conto che è come se fossi ancora al bordo di quella piscina in quella giornata di sole. Posso ancora quasi sentire l’odore del cloro, il pavimento caldo sotto i piedi scalzi e la voglia di nascondermi all’obiettivo. E ricordo bene come, quando pochi giorni dopo al momento di tornare a casa mi fu data quella foto, mi vidi bruttissima. Non ero sorpresa però: già sapevo di essere brutta e goffa.
Una volta a casa nascosi la foto in un qualche libro o nel fondo di qualche cassetto; nient’altro che una delle tante foto da scordare che di fatto ho continuato ad accumulare nei 16 anni successivi (motivo per cui ogni volta che presto un libro non mi scordo mai di sfogliarlo prima). Fin quando la scorsa settimana ha deciso di saltare fuori. Proprio lei. Il primo impulso è stato di nuovo quello di ignorarla e passare oltre, ma poi ho deciso di guardarla. Di osservarla e di osservarmi. E ho scoperto che il solo problema di quella ragazzina era la sua convinzione di essere goffa e inadeguata. Che se avesse raddrizzato la schiena e fatto un bel sorriso all’obiettivo (e via, proprio volendo essere puntigliosi, se si fosse sistemata un po’ le sopracciglia), sarebbe stata assolutamente come gli altri. Magari (ma questo è un pensiero quasi sovversivo) sarebbe stata anche più carina di buona parte di loro. Improvvisamente ho smesso di vergognarmi di lei e ho pensato a quanto poco sarebbe bastato allora per farle capire di non avere niente da invidiare ai suoi coetanei. Magari sarebbe stato sufficiente uno stupido e superficiale complimento ricevuto nel commentare la foto una volta tornata a casa, chissà. So che parlare col senno del poi è spesso inutile, però non posso fare a meno di pensare che i malesseri della pre-adolescenza erano appena cominciati e sarebbe bastato davvero poco per cambiare tante cose. 
 
Alla luce delle mie recenti scoperte vorrei  poter tornare per pochi minuti indietro, intrufolarmi ai confini del campo di quella foto e dire a quella ragazzina che se i suoi genitori reputano un fallimento qualsiasi risultato che non raggiunga l’eccellenza, questo non vuol dire che lei è sbagliata, ma che lo sono loro. E che se anche i suoi genitori le vogliono bene e si comportano nel modo migliore di cui sono capaci, questo non vuol dire che lei meriti di sentirsi indegna di essere amata. Vorrei dirle di credere più in se stessa, di cercare amici veri, di non avere paura che i ragazzi possano ridere di lei.
 
Chissà se mi avrebbe creduto. La cosa certa però è che domenica ho rivisto un’altra ragazzina che quel giorno ara sul bordo di quella piscina, e che ha regalato al fotografo un bel sorriso. L’ho rivista dopo 16 anni, e lei ha seguito tutti i consigli che avrei voluto dare a me stessa. Oggi ha una laurea, una casa, un marito simpatico e due bambini educati e svegli. Ha messo su qualche chilo, ma su di lei sono quasi piacevoli. Continua a sorridere, e sono abbastanza certa che le sue giornate non vengono ingrigite da rabbia o invidia. Ai tempi di quella foto condividevamo tante cose… dov’è che le nostre strade si sono divise? O le strade erano già segnate dall’atteggiamento dei nostri visi in quella istantanea? Non credo; come dicevo prima, penso che allora sarebbe stato piuttosto facile cambiare.
 
A questo punto però entra in gioco (brevemente; non sono più abituata a scrivere più di un sms) il secondo mostriciattolo meschino: l’invidia. E questo qui vorrei disconoscerlo ancora più del primo, perché in parte smentisce l’immagine cool e cinica che presento al mondo. La verità però è che invidio tantissime cose: la vita tranquilla ma piena della mia amica, il rapporto da vecchi amici e confidenti che ha con il marito, la possibilità di andare a scegliere un armadio a muro da Ikea, la sua capacità di scherzare con i bambini. Sono tutte cose che mi sembrano lontane anni luce dal mio mondo, e che per comodità mi sono convinta di non reputare importanti. Quando invece forse reputo di non meritarle. La solita vecchia storia che mi riporta sul bordo di una piscina.
 
Ora devo solo trovare il coraggio di tuffarmi e godermi finalmente anch’io un bel bagno. 
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Scritto da SickSadWorld alle 19:29 di giovedì, 27 dicembre 2007, e a questo punto chi s'è visto s'è visto.

Finalmente sono riuscita a sistemare un po' delle foto fatte a Stoccolma la scorsa settimana. Anche se sembra così surreale pensare che esattamente una settimana fa ero lassù...

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